3 marzo 2014 | by La Redazione Puglia IDV
Riscriviamo la legge 40

Lunedì scorso a Roma, presso la sala Capranichetta, di fronte a Montecitorio è stato celebrato il decimo anniversario della legge 40/2004, quella che regolamenta la fecondazione assistita. All’evento, organizzato dalla Società Italiana di Fertilità Sterilità e Medicina della Riproduzione hanno partecipato diversi scienziati ed esperti del campo, giuristi, bioeticisti, giornalisti e politici. Ne è nato […]

Lunedì scorso a Roma, presso la sala Capranichetta, di fronte a Montecitorio è stato celebrato il decimo anniversario della legge 40/2004, quella che regolamenta la fecondazione assistita. All’evento, organizzato dalla Società Italiana di Fertilità Sterilità e Medicina della Riproduzione hanno partecipato diversi scienziati ed esperti del campo, giuristi, bioeticisti, giornalisti e politici. Ne è nato un dibattito acceso, ma composto, dal quale è emerso un dato oggettivo ed incontrovertibile: con le sentenze della magistratura, ed in primis con quella della Corte Costituzionale – la 151/2009 – è crollato l’impianto della stessa legge 40, che, pertanto andrebbe riscritta. In particolare, è stato scardinato il divieto di trasferire nel grembo della donna tutti gli embrioni prodotti, nel numero massimo di tre (imposizione che andava contro il principio della buona pratica medica che tiene conto dell’età della paziente) reintroducendo, di fatto, il congelamento embrionario. Persiste, invece, il divieto della fecondazione eterologa, brutto termine quanto improprio, poiché in campo medico dovrebbe far riferimento all’impiego di materiale organico, tessuti od organi provenienti da specie diverse, com’è il caso del trapianto di fegato dal maiale all’uomo.
La legge va riscritta, a mio avviso, non solo per uscire da quell’impostazione ideologica da Stato teocratico e, quindi, per garantire tutti i cittadini, al di là del loro credo religioso, ma anche per colmare quei vuoti normativi che si sono creati, nel testo originale, dopo le modifiche attuate dalla Consulta. Con la reintroduzione della crio-conservazione degli embrioni, per esempio, oggi non è dato sapere che fine faranno gli embrioni “abbandonati”, cioè quelli che eccedono ad un ciclo di fecondazione coronata da successo, o quelli giudicati “malati” dalla diagnosi preimpiantatoria, o quelli lasciati in stato d’abbandono a seguito dell’insorgenza di una malattia della donna, o dopo un’imprevista separazione o divorzio. Che fine faranno questi embrioni, che nel 2011 erano 10.000 ed oggi sono molti di più? Chi pagherà per la loro crio-conservazione sine die? Dove andranno a finire in caso di chiusura del Centro che li ha generati?
Durante il convegno, nel mio intervento, ho proposto di uniformarci agli altri Stati, come la Francia, l’Inghilterra, la Spagna e tanti altri e prevedere che tali embrioni possano essere donati ad altre coppie che ne facciano un’espressa richiesta, oppure, essere destinati alla ricerca medica per la cura di malattie neurodegenerative come il morbo di Parkinson, l’Alzheimer, o per la cura della cecità da maculopatia retinica o dell’infarto del miocardio. Mi è sembrata una soluzione ovvia e di buon senso, ma che la legge 40 vieta agli articoli 4 e 13. Anche perché, se fosse vero – come sostengono alcuni “onorevoli” che ci hanno finora governato – che l’embrione è già “vita”, che senso avrebbe lasciarli morire in una tanica di metallo “al freddo e al buio?”.

Antonio Palagiano – Responsabile Nazionale Laboratorio Sanità

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